Continua il nostro viaggio alla riscoperta di tutti i calciatori dal sangue rossonero: nati in Penisola Sorrentina e cresciuti al campo Italia con l’amore per la nostra, storica, maglia rossonera.
Nella seconda tappa di questo viaggio Andrea Indovino intervista Marco Fiodo.
Come sostengono in molti, le bandiere nel mondo del calcio non esistono più. E , continuando con questo tipo di professionismo esasperato, mai più esisteranno. Quindi, per ricercare gli ultimi baluardi che hanno legato indissolubilmente il proprio nome ad una squadra di club, dobbiamo giocoforza voltarci indietro. E lo facciamo anche noi, riavvolgendo il nastro, fino a giungere alla fine degli ’80, quando un giovanissimo Marco Fiodo iniziò a muovere i primi passi da calciatore nelle fila del Sorrento. Fisico aitante, capelli al vento, polmoni d’acciaio ed un amore viscerale per i colori rossoneri.
 
Fiodo sin da piccolissimo fu assalito dalla passione per il calcio. Ha compiuto tutta la trafila delle giovanili al Sorrento, prima di debuttare in prima squadra: ” All’età di 9 anni iniziai a frequentare con assiduità la scuola calcio al seminario, con mister Lorenzini, prima di trasferirmi al Campo Italia. Giocai nel settore giovanile, e debuttai con i ‘grandi’ che ero un ragazzino. Non avevo ancora 16 anni. Fu mister Papadopulo a lanciarmi nella mischia, in una partita di Coppa Italia contro il Valdiano, in casa nostra. Uno a uno al 90’, ci fu quindi bisogno dei calci di rigore. Tra i rigoristi ci fui anche io, e andai a battere proprio quello decisivo, segnandolo. Dopo una manciata di giorni giocai anche a Salerno, allo Stadio Vestuti, ma in quell’occasione perdemmo 4 a 2”.
 
Era il campionato 1987-88, con il Sorrento che concluse il torneo di Serie C2 al quinto posto, dietro squadroni del calibro di Palermo, Crotone, Vigor Lamezia. Fiodo però in quel campionato non collezionò nemmeno un gettone di presenza“Quello era un gruppo fortissimo: Ciro Donnarumma, Salvatore Ianniello, Maurizio Balestrieri, solo per citarne qualcuno. Giocatori che vissero ottime carriere. Io, giovanissimo, gravitai perlopiù nelle giovanili. Con la prima squadra, in campionato, debuttai l’anno successivo, con Di Somma allenatore, in un derby infuocato contro la Juve Stabia giocato al Romeo Menti di Castellammare. Vincemmo 1-0, grazie ad un gol di Cuofano, io entrai nei minuti finali e dalla panchina ricordo mi urlarono di dare tutto me stesso nei 10’ restanti da giocare. In effetti, giocai pochi minuti, ma uscii dal campo distrutto, esausto. Diedi davvero dato tutto”.
Mister Di Somma fu il tecnico lungimirante, che riuscì ad intravedere in un Fiodo giovanissimo, ottime qualità tecniche e stuzzicanti, veloci capacità d’apprendimento“Cosa dire di Salvatore, è una persona eccezionale, oltre ad esser stato un allenatore preparato. Ho davvero bei ricordi. In quei lunghi pomeriggi trascorsi al Campo Italia, fu per me come un padre”. 
Tanti furono gli allenatori che si avvicendarono sulla panchina del Sorrento nel corso della militanza in rossonero di Marco Fiodo. Ricordi piacevoli, altri meno ridenti“Tendenzialmente, sono un tipo tranquillo, disponibile, e non per vantarmi, fui anche un gran lavoratore. Sul terreno di gioco feci tanti sacrifici senza mai risparmiarmi. Quindi con quasi tutti gli allenatori ebbi un buonissimo rapporto. Con Enrico Vendittelli e Natalino Attardi, poi, il rapporto andò oltre il calcio. Con loro legai particolarmente, e custodisco dentro di me quei ricordi che sono mattoni che costituiscono la mia vita sportiva. Solo con Rambone ebbi degli screzi. Ma sciocchezze, legate a questioni di tattica. Io giocai quasi tutta la carriera mezzala offensiva, e lui mi vide più centrocampista classico, facendomi giocare molto lontano dalla porta avversaria. Fu un ruolo che non sentii mai mio”.
Una carriera spesa quasi interamente con la casacca rossonera addosso. Salvo brevi esperienze lontano dalla Terra delle Sirene“Nell’estate del 1989 il Sorrento fu retrocesso in Interregionale per inadempienze finanziarie, e quindi l’allora società smantellò la squadra. Andai a giocare in C2 a Formia, per un anno, poi ebbi esperienze sempre in C con Puteolana e Ischia, prima di fare ritorno a casa. Lasciai il Sorrento in D, lo ritrovai in Promozione. Quell’anno la società costruì una squadra forte, infatti vincemmo il campionato a mani basse. Segnai 15 gol, fui capocannoniere di quel Sorrento. Erano già due anni che la squadra giocava in Promozione, ma non riuscì ad essere promossa in Eccellenza. Fu comunque una categoria dura, la Promozione a quel tempo, perché ci furono squadre di buonissimo livello. La Sanità Napoli, la Puteolana, affrontarle e batterle fu sempre un compito arduo. E poi la Fiamma Sangiovannese, sospinta a quei tempi dai gol di bomber Checco Ingenito. Segnava sempre, ogni domenica”. 
Un declassamento nei dilettanti che fu mal digerito dalla piazza, dopo 20 stagioni consecutive nei professionisti,“E’ chiaro che l’entusiasmo venne meno. Ti ritrovi a giocare contro la Juve Arpino, il Lacco Ameno o la Rinascita Vomerese, su campi polverosi di periferia, spesso e volentieri la domenica mattina, quando fino a 2/3 anni prima i tifosi seguirono la squadra in stadi di tutt altro genere. Ci fu comunque uno zoccolo duro della tifoseria che ci seguì ovunque quell’anno. Perché i ragazzi apprezzarono ciò che noi facemmo in campo, dando tutto senza risparmiare neanche una goccia di sudore”.
 
Fiodo riscalò alcuni gradini della piramide del calcio, con il Sorrento, e dalla Promozione riportò il club rossonero in D“Fu una risalita abbastanza tortuosa, perchè in Eccellenza giocammo diversi campionati prima di riuscire a compiere il salto nel campionato nazionale dilettanti. Ogni anno trovammo sul nostro cammino delle superpotenze, che non ci permisero di essere subito promossi, seppur le intenzioni dell’allora dirigenza guidata da Castellano e Cuomo furono appunto quelle della promozione. Paganese, Giovani Lauro, Pro Ebolitana, Angri, tutte squadri forti con alle spalle tifoserie calde. Poi nel 97/98 riuscimmo a vincere il campionato con Sasà Amato allenatore, trionfando nel rush finale contro Palmese e Paganese. Segnai alla penultima giornata, contro la Scafatese, il gol del definitivo 2-0; un diagonale fulmineo di collo piede sinistro. Quella vittoria ci consentì di festeggiare la promozione in D. Il Campo Italia era un catino, la gente si assiepò in ogni angolo dell’impianto di Via Califano. A ripensare a quei momenti, mi viene ancora la pelle d’oca”.

Far parte della squadra della propria città è un’esperienza fantastica, che riempie d’orgoglio, e Fiodo lo ha provato sulla sua pelle per diversi anni“Per un calciatore è il massimo della vita poter giocare e rappresentare i colori della propria squadra in giro per l’Italia. Quella maglia la senti tua, hai il dovere di dare sempre il 110% ogni domenica, in ogni partita e nei singoli allenamenti. Per me, che sono letteralmente cresciuto al Campo Italia, il Sorrento è la mia seconda famiglia”.

Parole vere, dettate dal cuore, per Fiodo che continua a presenziare sui gradoni delle tribune dello Stadio Italia ogniqualvolta c’è di scena il Sorrento“A me piace l’ambiente, familiare, che si respira al campo. Non faccio distinzioni di categorie, il Sorrento lo si ama a prescindere. Ed infatti anche nel periodo immediatamente precedente all’ultimo fallimento, ho sempre preferito il Sorrento ad una partita di cartello di Serie A vista dal divano di casa su Sky. Ed ho trasferito questa grande passione anche a mio figlio, seppur lui oggi pratichi un altro sport, il basket (risata). Anche con pioggia e vento, io sono sempre presente, seppur l’impianto non sia molto accomodante”.

In conclusione, con Marco Fiodo affrontiamo proprio la questione stadio, che continua ad essere un problema annoso qui in Penisola sorrentina“E’ davvero un peccato, perché Sorrento meriterebbe uno stadio di un altro livello, per la tradizione calcistica che ha, ma soprattutto per il tipo di città che è, e che rappresenta nel mondo. Credo che se fossimo stati promossi in Serie B nell’anno dello spareggio playoff perso contro il Verona, la MSC si sarebbe adoperata, quantomeno per migliorare marcatamente l’impianto già esistente. Spiace che siamo costretti ad ospitare squadre, anche importanti dal blasone conclamato, e troupe televisive, in una tribuna completamente scoperta, con persone costrette a svolgere il proprio lavoro esposte molto spesso alle intemperie”.